Aurelio Paviato

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luglio 16, 2013 di gazzettinomagia

Vincitore di un primo premio al Congresso Mondiale di Losanna, oggi è famoso come il “prestigiatore del Costanzo Show”, grazie alla frequente partecipazione al talk show del Parioli di Roma. Ma per arrivare al cuore di Maurizio Costanzo (primo tra i prestigiatori a giungere su quel palco) ne ha fatta di strada.
 
                                                           

Da sempre Paviato unisce la frequentazione dei testi classici dell’illusionismo, alla passione per la filosofia, la retorica e la psicologia. In quest’ultima branca è particolarmente interessato ai processi sensoriali, alla psicologia della percezione e dell’illusione. Nutre poi molto interesse per la storia della sua arte e, nel 2007, ha pubblicato un articolo su “Le Carte Parlanti” di Pietro Aretino sulla rivistaGibeciere, specializzata in storia della prestigiazione ed edita dal Conjuring Arts Research Center di New York.

Intervista di Stefano Rovai

Come hai iniziato e qual è  stato il tuo primo libro di magia?

Ho iniziato verso i 15 anni per il desiderio di sapere. Ero affascinato dal fatto che ci potessero essere dei segreti così ben custoditi (?!?). Questo almeno era il modo in cui avevo idealizzato l’arte della prestigiazione. Il primo libro è stato un volume di vera eccellenza perché, senza saperlo, ero inciampato su una traduzione “pirata” del Klapan che era stato pubblicato in italia dalla De Vecchi Editore con il titolo Manuale Completo di Giochi di Prestigio a firma di un certo Paolo Osvaldi, persona che non ho mai saputo chi fosse e che, probabilmente (mi diceRoxy) era solo un falso nome, uno pseudonimo inventato. 

Qual è stato il mago (o i maghi), tra quelli che hai conosciuto, che ti ha maggiormente ispirato?

I primi passi li ho potuti muovere grazie a due amici di Vigevano, Salvatore Vinci e Giovanni Parea.

I successivi personaggi che hanno avuto una positiva influenza su di me sono stati Tony Mantovani, Ottorino Bai e Wolf Waldbauer. Poi è nata l’amicizia con Roberto Giobbi che mi ha introdotto al mondo spagnolo dove ho stretto amicizia con Ascanio, Tamariz, Camilo Vazquez, Tony Cachadina e, attraverso gli incontri di Escorial, sono venuto in contatto con personaggi di primo piano della prestigiazione mondiale.

Tra tutti questi penso che Mantovani, Ascanio e Tamariz siano stati quelli che maggiormente hanno dato delle precise svolte al mio apprendimento.

 

Cosa ti ricorda il 1982?

Oltre che l’anno in cui l’italia ha vinto un mondiale di calcio. è l’anno in cui mentre Les Quatres Ensemble ( la famiglia di Fausto Albè ) meritavano un importante premio al congresso mondiale di Losanna nelle grandi illusioni anch’io festeggiavo con questi cari amici il primo premio di Close-Up.

Il termine “Close-Up” cosa significa?

Close-Up è un termine preso a prestito dal mondo della fotografia e del cinema e significa primo piano. Come tutti sappiamo, nell’ambito della prestigiazione indica quei giochi di prestigio eseguiti con piccoli oggetti ed distanza ravvicinata. Questa parola è stata tradotta con “Micromagia”, termine discutibile perché rimanda all’immagine  di qualcosa come di piccolo valore.

Nel 1988 decidi di diventare professionista a tempo pieno. Poi arriva il successo televisivo che ti rese famoso, ricordo le trasmissioni televisive: “Buona Domenica” (94/95), “Maurizio Costanzo Show” (ospite fisso 96/97) e in molte altre trasmissioni televisive. La domanda è, tra tutte le cose che hai fatto qual è quella che ricordi con maggior piacere?

Conservo un piacevole ricordo di tutte queste trasmissioni, così come ricordo la tensione e la responsabilità che ci si sente addosso in quei momenti di diretta.

Torniamo ad oggi. Quali ritieni che siano le differenze più significative tra i prestigiatori europei e quelli statunitensi?

Anzitutto mi sembra che oggi anche i prestigiatori europei son sempre più influenzati dalla cultura Statunitense dove predomina la visualità e la comicità fine a se stessa. Nella prestigiazione, così come in altri ambiti, prevale un preoccupante “appiattimento ottico ” (mutuo il termine di Paul Viriliò) cioè il fatto di limitarsi al valore facciale delle cose perdendo la capacita di concentrazione necessaria per portare la riflessione oltre certi limiti (che risultano spesso molto astratti e faticosi).

Per contro io sono molto vicino allo stile della Scuola Spagnola ( Escuela Magica de Madrid) che Tamariz ha definito di stile “costruttivista”, fondato cioè su di una base teorica frutto di molte riflessioni la quale, per esempio, oltre per preoccuparsi,  dell’aspetto solamente visivo del gioco pone molta attenzione a come lo spettatore costruisce la sua realtà interna e cerca di coordinare tra di loro tanto il copione delle azioni quanto quello intellettuale del testo e quello delle emozioni. Anche l’umorismo e la comicità vengono qui usate in modo funzionale alla costruzione artistica del cosiddetto “effetto magico”

Cosa ne pensi della “street magic”?

Anzitutto mi sembra necessario tracciare una differenza tra gli artisti di strada ed i prestigiatori che fermano alcune persone nella via per fare loro un gioco di prestigio in un contesto ” artificiale ed a favore di camera”. I primi presentano un numero creando, con le opportune tecniche, quel campanello di persone che si spera diventerà anche un pubblico pagante. Questi artisti sono eredi di una tradizione ed testimoni di una antica cultura che ha radici nel Testo dell’Arte  ed presentano degli spettacoli strutturati. I secondi si limitano ad eseguire un gioco o a presentare una curiosità o una inaspettata sorpresa per registrare (letteralmente) la reazione dei passanti.

C’è dunque una significativa differenza strutturale. Certamente sono ” linguaggi diversi” e in tal senso, la “Street Magic” può essere vista come una ” ricerca di un nuovo linguaggio” per proporre la prestigiazione ( non so quanto efficace). Senza dubbio è un prodotto televisivo commerciale, ma, nuovamente, non so quanto artistico.

Osservo che curiosamente, mentre nel 1700, in un’epoca nella quale la prestigiazione era soprattutto presentata  nelle strade e nelle piazze artisti come Pinetti si erano sforzati di valorizzarla portarla nei teatri e nelle corti de tutta Europa mentre, trecento anni dopo, siamo testimoni di un nuovo movimento in controtendenza.

Io credo che questa modalità non sia utile a valorizzare l’immagine della prestigiazione, almeno nel modo che mi piacerebbe che fosse percepita.

Ritieni che sia stato fatto abbastanza per valorizzare la magia in Italia?

 Il Fatto di voler dar lustro alla prestigiazione è un argomento che sta certamente a cuore a tutti. Immagino che nessuno affermerebbe mai il contrario. 

A quanto è stato fatto con merito aggiungerei solo un piccolo è modesto suggerimento: non definiamolo più “Magia” ma “Prestigiazione”. “Magia” evoca nella mente del pubblico una visione ambigua ed in antitesi con quella che credo che tutti noi vogliamo veramente significare.

Cosa consiglieresti ad un giovane che volesse intraprendere la carriera del mago?

Non ho una risposta originale.

Io ho avuto la fortuna di sapere riconoscere i maestri giusti per me, per il mio carattere e per il mio modo di pensare, dopo di che ho fatto il possibile per stare loro  vicino.

Può accadere di avere, molto vicino a se, degli amici che hanno intelligenza, sensibilità, un ottima propensione ad apprendere ed avanzare rapidamente: queste persone sono preziose. Da loro si impara molto, per farlo, state attendi che non nasca in voi l’invidia perché fareste del malo a voi stessi.

Coltivate l’ammirazione (Ascanio dixit!).

Per terminare voi formulare un augurio ai nostri lettori

Che possiate dedicarvi con gioia all’Arte della Prestigiazione.

Tutti diritti sono riservati è vietata la riproduzione anche parziale di questa intervista solo dietro autorizzazione  

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